Food Design. Storia del Logo Chupa Chups: un Business da 500 Milioni

Chupa Chups Tezenis

Una intuizione geniale nell’ambito del food design e un logo designer di eccezione. Il risultato si chiama Chupa Chups e alzi la mano chi non lo conosce. Alzi la mano anche chi, da bambino, non ha mangiato almeno un lecca-lecca blando e quasi insignificante sinonimo di Chupa Chups.

 

Prosegue la nostra panoramica sui loghi famosi e così, dopo aver raccontato lo Stemma Alfa Romeo, storia di un super logo, vogliamo raccontarti la brillante avventura di Enric Bernat e di un suo amico, tale Salvator Dalì (esatto, proprio l’artista!). E di come, insieme, abbiamo inventato una specie di rivoluzione nel food design. Un Chupa Chups non è un lecca-lecca generico. È un Chupa Chups. I bambini (e i suoi inventori) lo sanno bene.

Partiamo dai primati: il Chupa Chups è un classico del food design

Il lecca-lecca in questione è la prima caramella sferica e relativamente a portata di bocca ad essere infilata e venduta su un bastoncino. Giusto così, per risolvere il problema delle dita e del viso appiccicosi (ottima intuizione di food design). È la prima caramella ad essere venduta vicino alla cassa (o al banco) e non sugli scaffali alti del negozio. Posizione strategica per essere facilmente presa dai bambini, a portata di mano per favorirne l’acquisto d’impulso.

food design chupa chups logo

Il nome scelto dal suo inventore Enric Bernat deriva dallo spagnolo chupar, che vuol dire succhiare ed è stato una parte importante della sua fortuna. Chups, invece, è il rumore che il lecca-lecca fa uscendo dalla bocca. Chupa Chups è diventato presto il lecca-lecca per eccellenza. Tanto da sostituire con esso il termine più generico per indicare la caramella con lo stecco. Esattamente come avviene per lo Scottex (letteralmente carta da cucina assorbente) e per la celeberrima Coca-Cola. La marca era abbinata al momento del lancio anche ad uno slogan: “És rodó i dura molt, Chupa Chups”, che in catalano significa “È rotondo e dura molto, Chupa Chups.

L’azienda di Bernat, fondata nel 1958, ha totalizzato un giro di affari da 500 milioni di euro (dati 2003, alla morte del fondatore) espandendosi in lungo e in largo nel mondo già a partire dal 1967 e anche nello spazio. Negli anni 80, infatti, l’azienda iniziò a commercializzare negli USA e in Europa e nel 1995 i lecca-lecca Chupa Chups arrivarono persino nello spazio, a bordo della stazione MIR. I Chupa Chups prodotti nel mondo sfiorano i 4 miliardi di pezzi. Dal 2006 l’azienda fa parte del gruppo Perfetti Van Melle.

 

Storia e mito del logo Chupa Chups:  uscito dopo un’ora dagli scarabocchi di Dalì

 

Così si narra e pare proprio che le cose siano andate in questo modo… dopo aver inventato il Chupa Chups, Bernat decise che un bel logo era necessario per completare la sua intuizione nel food design. Così si rivolse al suo amico, Salvador Dalì e l’artista lo avrebbe scarabocchiato in un’ora appena, su un foglio di giornale, mentre insieme erano seduti al bar. Nacque così la famosa margherita gialla con la scritta interna in rosso.

Chupa chups logo

Chupa Chups non solo food design: il lecca lecca più famoso del mondo diventa merchandise

Ma non è stato solo il logo in sé a decretare il successo del Chupa Chups. La posizione ha giocato un ruolo fondamentale. Invece di essere posizionato lateralmente come praticamente tutti i loghi, il logo di Dalì venne, per sua richiesta, apposto sopra il lecca-lecca. Così, sulla rotondità della caramella, poteva essere visto bene e soprattutto per intero. E così che ancora oggi lo vediamo nei negozi.

Anche il nome Chupa Chups fu, come dicevamo, una invenzione fortunata. Oltre che la forma sferica della caramella, piccola per entrare nella bocca di un bambino senza sporcarlo, ma sufficientemente grande da essere gustata a lungo, il nome di prodotto è stato determinante per il successo. Il primo nome era Gol e non ha ottenuto grande risultato. Così venne cambiato in Chupa Chups. Il deposito legale del marchio avvenne nel 1962.

 

Il lecca-lecca nato nel 1958 a Barcellona dall’intuizione del pasticcere Enric Bernat è riuscito ad approdare anche sui capi di abbigliamento. Grazie ad una collaborazione tra Tezenis (noto marchio di underwear e abbigliamento intimo) e la Chupa Chups, il logo del lecca-lecca più famoso del mondo è stato stampato su t-shirt, pigiami, reggiseni e slip.

L’azienda di intimo Tezenis non è nuova a questi sodalizi commerciali. Qualche tempo fa è stato il turno del gemellaggio (piuttosto ben riuscito) con Coca-Cola.

Poi la volta di Chupa Chups: una collezione di underwear uomo – donna che gioca molto sulla fusione sexy – gioco, stile Lolita sbarazzina e che è approdata nei negozi monomarca Tezenis nella primavera del 2017.

È del 2018, invece, la notizia di un nuovo sodalizio tra Chupa Chups e il mondo della moda. L’ultima collezione di Fila per la Corea è ispirata proprio al lecca-lecca spagnolo.  Con una palette di colori vivaci dai toni del giallo, del rosso e del rosa, la collezione comprende capi come felpe con cappuccio, magliette, cappelli scarpe da ginnastica.

Ecco la storia di un logo fortunato, firmato da un rinomato (ed eclettico) artista catalano, sulla base di una geniale invenzione di food design di un amico pasticcere. Un logo (e una azienda nella quale brand e product name coincidono alla perfezione) che ha ampiamente superato i 50 anni di storia, rivoluzionando de facto il mondo delle caramelle. Sei anche tu alla ricerca di un logo accattivante per il tuo prodotto? Leggi Come fare un logo personalizzato. Oppure contatta un logo designer per un preventivo gratuito, potrebbe nascere un nuovo prodotto di successo!

Chupa Chups Fila

 

Visual Design, 3 Regole d’Oro del Packaging Vincente

visual design packagingIl Visual Design ha tanti meriti. Uno di questi è senz’altro l’aver contribuito a rivoluzionare i consumi, grazie all’invenzione di packaging (confezioni)  sempre più accattivanti e funzionali. Pensiamo in particolare a quelle degli alimenti. Tralasciando che i primi “esperimenti” di confezionamento furono fatti già in epoca napoleonica per mettere a punto dei sistemi che consentissero al cibo destinato all’esercito di conservarsi nel tempo, il vero packaging così come noi lo intendiamo, debutta a metà del XX secolo. E il suo debutto coincide con la nascita della grande distribuzione e lo sviluppo dell’industria alimentare, nonché con il definitivo abbandono di una economia dei consumi basata sul sistema rurale e sull’auto produzione.

 

Lo zampino del visual design: il packaging da semplice imballaggio a veicolo della Brand Identity

Diciamolo pure, la funzione primaria del packaging (che a questo punto chiamiamo con il suo basico nome di imballaggio) serve per il trasporto e la conservazione delle merci. Imballaggio può essere una semplice scatola di cartone o una busta di plastica o una bottiglia di vetro. Ma quando l’imballaggio si trasforma in packaging? Quando la scatola di cartone, la busta di plastica o la bottiglia di vetro cominciano a produrre senso. Si trasformano cioè in un veicolo di comunicazione che determina, distingue e rafforza una determinata Brand Identity. E rende il contenuto accattivante. E dunque desiderato. E dunque… acquistato!

In una corsia di supermercato stracolma di prodotti, deve pur esserci il colpo d’occhio. L’interesse del consumatore distratto o frettoloso si deve catturare. Altrimenti l’acquisto sfuma e l’anonimato incombe.

 

Storia dei packaging che hanno fatto storia

Coca-Cola, Barilla, Apple. Sono alcuni delle marche (che non hanno certo bisogno di presentazione) che hanno vinto la sfida commerciale con molti dei concorrenti anche grazie ad un packaging azzeccato. Un imballaggio, in altre parole, in grado di catturare l’attenzione del cliente, trasmettendogli la Corporate Identity in modo visivo (e quindi immediato) e in grado, attraverso questo, di rafforzare la relazione di fiducia con il consumatore, spingendolo all’acquisto finale. In altre parole, il packaging attraverso lo studio di design, comunicazione e psicologia che ha alle spalle, mette in atto una vera e propria strategia commerciale.

Alcune delle confezioni che oggi siamo abituati a dare per scontate, sono di recentissima introduzione sul mercato. Forse la più “antica” tra queste è la lattina. Inventata negli USA nel 1885, dal 1940 commercializza la birra in tutta Europa e nei decenni appena passati è stata il simbolo giovanile per eccellenza. Alla lattina segue il tetrapack, ovvero la “busta del latte”, nata in Svezia nel 1951 dall’omonima ditta Tetrapack. La busta del latte altro non è che una confezione di cartone che preserva il latte dai raggi solari, pesa poco, è infrangibile ed elimina la pratica dei vuoti a rendere. Il terzo grande imballaggio che debutta è la bottiglia in PVC. Siamo in Francia, a metà degli anni ’60, nel pieno del boom delle materie plastiche. Sulla tavola dei consumatori sbigottiti arriva la bottiglia in PVC d’acqua minerale: un’innovazione in un mondo dominato dalle sole bottiglie in vetro la cui forma era standardizzata e per nulla comunicativa. “L’acqua era solo acqua senza marca, senza colore e senza qualità aggiuntive legate ai componenti” scrive Stefania Bertani, Università di Parma. Alzi la mano chi crede che oggi sia ancora così.

Coca–Cola, da bottiglia a vero e proprio totem

coca cola packagingBenjamin Thomas, concessionario per la distribuzione negli USA della bibita, aveva richiesto “una bottiglia unica al mondo” in grado di essere riconosciuta da chiunque anche al buio. Venne accontentato nel 1916 dalla Root Glass Company dell’Indiana, che sfornò la bottiglia Coca-Cola, rimasta praticamente immutata per quasi un secolo. Qui parlare di packaging ben riuscito è forse persino riduttivo: la Coca-Cola non potrebbe esistere senza la sua bottiglietta e viceversa. Il segreto di un packaging così ben riuscito sta nell’abilità di aver saputo coniugare indissolubilmente il funzionale con il decorativo a tutto vantaggio del consumatore. L’azienda, ben capito il valore che quel contenitore aveva assunto nell’immaginario collettivo, ha deciso di non modificarlo per quasi cent’anni, rimanendo fedele ad un’immagine dove forma e contenuto hanno raggiunto una simbiosi pressoché perfetta, di cui non esistono altri esempi.

Barilla, mezzo secolo di packaging vincente

barilla packagingFacciamo ora un salto a casa nostra. Nel 1952 Barilla confeziona la propria pasta in cartoni. Una normativa che renderà il confezionamento obbligatorio uscirà in Italia solo nel 1968. Barilla ha precorso i tempi, affidando al grafico Erberto Carboni la realizzazione del suo primo pack. E dentro, ovviamente, c’è la pasta Barilla. Chi non ha mai visto nemmeno una volta il muro blu della pasta Barilla sugli scaffali dei supermercati? (a proposito, hai fatto caso che è sempre ad altezza sguardo?). Il packaging blu fa il suo debutto nel 1956, 4 anni più tardi della prima confezione di cartone. In mezzo secolo, il packaging Barilla non è sostanzialmente cambiato. Carboni aveva compiuto un’opera di alta sintesi grafica: faceva riconoscere la marca, rassicurava il consumatore sulla qualità del prodotto e aveva scelto il blu, perché azzurra era la carta per alimenti che i negozianti usavano fino al secondo dopoguerra per avvolgere la pasta.

Apple, il packaging della mela si fa “immediato”

Apple ipad packagingApple, nel suo quartier generale di Cupertino (USA), ha addirittura un intero laboratorio in cui vengono ideati (e successivamente testati) i packaging dei prodotti prima di essere immessi sul mercato. Qui c’è la cura del dettaglio fin quasi alla mania, con l’unico scopo di trasmettere immediatezza al consumatore (must sul quale in effetti si basa tutto il mondo Apple). L’aneddoto, che nessuno sembra aver smentito, è contenuto nel libro “Inside Apple” scritto da Adam Lashinsky:

«Per comprendere pienamente quanto i dirigenti Apple prendano seriamente la cosa, sappiate che un designer di confezionamento è stato rintanato in questa stanza per mesi eseguendo il più banale dei compiti: aprire scatole» ha scritto l’autore. E nessuno stenta a crederci dato che il packaging dell’iPad è stato imitato anche da Samsung uno dei competitor diretti di Apple nel campo dell’hi-tech. Apple, certo, è una delle marche contemporanei che si citano più spesso ad esempio quando si parla di brand identity e di graphic design. Conosci già la storia e le curiosità del logo Apple?

Visual design, le tre regole d’oro del packaging vincente

Oltre a proteggere il prodotto e a facilitarne il trasporto, cose che può fare benissimo un imballo anonimo, il packaging, per essere vincente deve:

  1. Distinguere
  2. Incuriosire
  3. Comunicare

Diciamo che sono queste le tre regole d’oro da seguire.  E qui entra in gioco il visual design con tutto il suo corteo di simboli, di emozioni, di associazioni mentali.

  1. La tua confezione ti deve distinguere. Da chi? Dai competitor. Che sono lì da prima di te. Che arrivano dopo e che cercano di imitarti. Ti deve distinguere affinché il consumatore possa scegliere te. E te soltanto.
  2. La tua confezione deve incuriosire. Non spiattellare sulla confezione tutto ciò che c’è da capire (o da vedere): non spinge il consumatore a prendere in mano la confezione per saperne di più. Dì il giusto, il tanto che basta.
  3. Infine, la tua confezione deve comunicare. Il band, i valori aziendali e le caratteristiche del prodotto.

A questo proposito nell’ideazione del packaging, il visual design deve tenere conto del colore, che deve essere coerente con il prodotto (insomma, una bottiglia completamente nera per l’acqua minerale non è un granché, diciamocelo) e dei simboli che in un solo colpo d’occhio (quello dato dal consumatore distratto e frettoloso) devono comunicare la Brand Identity e l’etichetta. L’etichetta è importante perché in essa devono essere riportate tutte le informazioni previste dalle normative di riferimento.

Dì un po’, adesso stai pensando anche tu al packaging per i tuoi prodotti?

Stemma Alfa Romeo, storia di un logo che ha fatto storia

È uno dei più ben riusciti loghi della storia automobilistica italiana.

stemma alfa romeo
Stemma Alfa Romeo negli anni

Parliamo dello stemma Alfa Romeo.

Conosci la storia della sua ideazione? Eccola!

Un ottimo spunto di studio (e di creatività) se sei un logo designer, oppure se sei un imprenditore alla ricerca della propria brand identity.

 

Storia Alfa Romeo, agli albori del logo: dai nodi sabaudi alle fasce ondulate

L’azienda automobilistica si chiamava in principio solo Alfa, acronimo di Anonima Lombarda Fabbrica Automobili. Fu fondata a Milano nel 1910, appunto, da un gruppo di capitalisti lombardi. Si impose subito nel panorama internazionale del mercato automobilistico. La casa, divenne l’attuale Alfa Romeo solo nel 1915 in seguito all’acquisizione da parte dell’ingegnere napoletano Nicola Romeo.

L’attenzione dell’azienda al proprio logo è stata da subito alta. Il primo stemma ALFA era così come lo vedi nell’immagine:  un marchio-targhetta caratterizzato da presenze floreali e sinuose, tipiche dello stile liberty.

logo alfa romeo 1919
Logo Alfa Romeo 1919 – Museo del Marchio Italiano

Nel 1912 inizia la prima evoluzione grafica dello stemma Alfa Romeo. Ancora, come abbiamo detto, si chiamava solo Alfa e  il marchio era composto dallo stemma  di Milano (una croce rossa in campo bianco di Giovanni da Rho) e dal biscione visconteo legato alla tradizione longobarda. Questi due sono simboli, serpente e croce, fortemente connotativi del brand, rimarranno sempre, in tutte le rivisitazioni del logo. Il nome dell’azienda Alfa Milano era iscritto in una fascia circolare adornata da due nodi sabaudi. Fine.

Nel 1918 il marchio apparì per la prima volta nella sua accezione definitiva di Alfa Romeo Milano e nel 1922 il logotipo fece la sua comparsa sui radiatori delle auto. Era composto così: su due righe prima, su una riga unica poi.

 

logo alfa romeo 1919 1925

 

Nel 1925, in seguito alla vittoria al primo Campionato Automobilistico del Mondo con la vettura “Alfa P2”, lo stemma Alfa Romeo venne adornato di una corona di alloro. La casa automobilistica, infatti, era molto nota (e attiva) nel campo delle corse. Oggi, il logo Alfa Romeo Formula 1 è tornato in pista. Il biscione, così viene bonariamente chiamato (proprio in virtù di uno degli elementi del suo logo) ha presentato il 20 febbraio 2018 la nuova monoposto che correrà in F1 pilotata da Charles Leclerc e Marcus Ericsson[15] e monterà propulsori Ferrari. La nuova macchina si chiama Alfa Romeo Sauber C37, nome che deriva dal sodalizio tra il gruppo FCA e la squadra svizzera Sauber e riprende gli storici colori dell’Alfa Romeo. Vuoi vederla? Eccola qui.

alfa romeo sauber c37 2018

Nuovo logo Alfa Romeo, il biscione subisce continui restyle

Facciamo di nuovo un passo indietro e torniamo agli anni Trenta, anni a partire dai quali il biscione subisce continue trasformazioni. Attorcigliato su se stesso in prossimità della testa, nel 1935 venne disegnato con andamento regolare per poi attorcigliarsi nuovamente nel 1937, in pieno fascismo.  Nel 1945, con la caduta della monarchia e la proclamazione della Repubblica, i nodi sabaudi lasciarono il posto a due linee ondulate. Nel 1964, sulla Giulietta Junior apparve il biscione (che originariamente era il serpente visconteo, in omaggio ai natali lombardi dell’Alfa, come abbiamo già detto) stilizzato e rivolto verso destra.

Nel 1972 il logo Alfa Romeo venne disegnato da Pino Tovaglia che lo sintetizzò nel design dalle versioni precedenti e ne fece due nuovi prototipi: uno a colori e uno in monocromatica. Venne tolta la dicitura Milano e rimase solo la scritta Alfa Romeo, composta con il carattere tipografico “Futura”, che sormonta i due simboli milanesi. È lo stemma come lo conosciamo noi.

 

logo alfa romeo 1972-1982

 

Nel 2000 Maurizio Di Robilant modernizza lo stemma Alfa Romeo e di nuovo quindici anni dopo, nel 2015, allo studio Di Robilant Associati venne affidato l’ultimo restyle del logo, in occasione dei 105 anni della casa automobilistica e del lancio della nuova Alfa Romeo Giulia. Nello stesso anno viene anche riaperto il Museo Automobilistico di Arese.

Il nuovo marchio rappresenta con eleganza l’identità storica dell’Alfa Romeo e lo slancio verso il contemporaneo. Così  il Museo del Marchio Italiano descrive il nuovo logo: “l’anello esterno in blu notte esalta l’esclusività della casa mentre l’uso dell’acciaio cromato nei profili e nel logotìpo, composto con il carattere ITC Blair ritoccato, enfatizza la modernità e la vocazione tecnologica”. logo alfa romeo 2015

Non sono stati toccati (e non si potrebbe farlo data la forte connotazione che hanno) gli elementi storici dello stemma: la croce e il serpente. Ma quest’ultimo, oggetto da sempre di continue rivisitazioni grafiche, appare oggi ancora più fiero e più prominente.

Un nuovo, inedito, unico sfondo cromato sostituisce il tradizionale fondo bianco e azzurro delle precedenti versioni e aiuta a simulare una incisione a sbalzo.

Via anche la doratura proposta da Pino Tovaglia nella versione anni Settanta del logo.

Leggere a ritroso la storia di brand famosi e dei loro loghi è sempre utile. Non solo per cercare spunti in chi ha trovato successo, ma anche e soprattutto per fare tesoro della loro esperienza. E qui abbiamo visto come elementi fortemente connotativi che racchiudono da sempre la brand identity di Alfa Romeo, non sono mai, mai stati cambiati in più di 100 anni di storia.

Vuoi conoscere la storia di un altro logo di successo? Leggi l’evoluzione del marchio Apple, in questa panoramica di AddLance.

Dell’importanza del Logo per la tua Brand Identity

come fare un logo personalizzatoUn’attività che si rispetti, qualunque essa sia, per funzionare bene ha bisogno di costruire una brand identity. Scopri qui come fare un logo personalizzato!

 

 

Brand identity significa… esserci e pronti per essere scelti

Brand identity significa l’insieme degli elementi che contraddistinguono una marca (o una azienda, grande o piccola) e permettono al consumatore di riconoscerla.

E riconoscerla significa distinguerla dai concorrenti e quindi sceglierla.

Se vuoi essere scelto, non devi restare senza identità.

Slogan, jingle, nome e logo sono elementi che concorrono alla creazione di una forte brand identity, se  correttamente studiati e combinati tra loro.

Questa combinazione di elementi deve essere il più possibile unica e deve essere mantenuta e consolidata nel tempo.

Pensa a marchi famosi e scelti tutti i giorni da milioni di consumatori… non è merito solo della qualità (fa molto, ma non è tutto!).

È merito anche e soprattutto della loro forte identità.

Soprattutto di quella percepita che prende il nome di brand image.

Coca-Cola, Barilla, Ray-Ban, Apple… solo per citarne alcune.

È importante costruire una brand identity chiara e coerente.

È importante anche veicolarla e diffonderla il più possibile, anche attraverso il social media management.

Ricordate che il brand, per essere conosciuto, va anche (e soprattutto) comunicato.

 

Quando è il logo a fare brand identity

Senza la pretesa di arrivare subito ad essere Apple (a proposito, se non la conosci, leggi qui la storia del logo Apple per trarre spunti interessanti!), tra gli elementi che compongono la brand identity, il logo riveste un ruolo fondamentale.

Oggi più che mai, dato che viviamo in una società “visiva”. Il logo diventa il simbolo da sfoggiare, la prima immagine che spesso affiora alla mente quando si nomina una marca. La quintessenza della marca (azienda) stessa.

Il logo è composto dal logotipo (la scritta) accompagnato spesso da un pittogramma (o simbolo grafico).

La brand identity è costruita alla perfezione quando una azienda è riconoscibile solo attraverso il simbolo grafico. Nike, Starbucks, ancora Apple… non serve scrivere chi è.

E per riconoscerla (e dunque sceglierla) è sufficiente in questo caso il suo pittogramma.

Certo il logo non è tutto, ma oggi – come dicevamo – è molta parte della brand identity e soprattutto della brand image.

 

Devo fare brand identity, chi mi aiuta?

Il grafico, vi aiuta. Per la parte del logo appoggiati senza indugio ad un graphic designer.

Però prima devi fornirgli almeno un’idea sommaria di brand identity e qui il lavoro devi farlo tu.

La brand identity, come avrai occasione di leggere più volte in questo articolo, è l’immagine che l’azienda
vuole dare di sé.

Le domande da porsi sono:

  • Cosa faccio? Quale o quali sono i vantaggi che offro solo io?
  • Come lo faccio? Quali valori distinguono me da tutti gli altri?
  • Quali emozioni voglio suscitare nel mio pubblico?

Gettare qualche base teorica sul concetto di brand identity è molto utile per scegliere al meglio il
professionista, molto spesso freelance, che si occuperà insieme a noi di costruirla.

Brand identity è diverso da brand image. Vediamo perché:

  • Brand identity: rappresenta il messaggio dal lato del mittente, ovvero l’immagine che
    l’azienda vuole dare di sé al proprio pubblico (stakeholders e clienti)
  • Brand image: è come l’azienda viene percepita dal proprio pubblico e rappresenta il
    messaggio aziendale “lato ricevente”.

Una volta che hai individuato quella che può essere l’identità aziendale (e non solo per piccole, medie e grandi imprese: anche un singolo professionista o freelance può avere la sua brand identity), seleziona un grafico che ti possa aiutare con il logo.

Forniscigli qualche suggerimento, spiegagli quello che vuoi.

Solo un logotipo, solo un pittogramma o entrambi.

Proponi il colore da usare (meglio sempre monocromatico, comunque meno di tre).

Ricorda che anche i colori suscitano emozioni:

  • Rosso = passione, eccitazione
  • Blu = calma, fiducia, lealtà
  • Verde = freschezza, natura, crescita
  • Nero = potere, classicità, raffinatezza
  • Viola= originalità, lusso, creatività
  • Giallo = positività, leggerezza, motivazione, calore

 

Come costruire il proprio logo, consigli utili per non sbagliare

Raccolte da te le informazioni necessarie, il graphic designer ti sottoporrà delle proposte.

Ecco ciò a cui dovrai prestare assolutamente attenzione:

  • Il font: evitare accuratamente font molto famosi o comunque riconducibili a marche famose.
    In altre parole, non scrivere con il font della Disney o della Coca-Cola.
  • Immagini iconiche: non scegliere immagini complesse, prediligere quelle iconiche ovvero simboli conformi all’immagine del simboleggiato (rif. Enciclopedia Treccani)
  • Riproducibilità: scegliere il logo che più facilmente si adatta a creare una immagine coordinata professionale. Biglietti da visita, carta intestata, buste o eventuali packaging devono riportare il vostro logo chiaramente. Scegliere la soluzione che può essere riprodotta anche su piccoli formati (come i biglietti da visita, appunto) senza subire grossi “danni”

Guardarsi in giro: in base agli elementi che ora conosci, valuta se un logo è ben fatto o meno.

Non hai tempo di passeggiare con il naso all’insù?

Affidati a Google. Digita loghi brutti e il motore di ricerca vi restituirà una serie di risultati ai quali il tuo logo non deve assolutamente somigliare. Come puoi vedere, sul logo design e sui prodotti correlati sono state stilate diverse classifiche.