Problem solving o voglia di Innovazione? Usa il Design Thinking!

10 Dic 2019 | Articoli su Design, Notizie

problem solving design thinkingVuoi progettare un nuovo prodotto da piazzare sul mercato, hai esigenze di problem solving o voglia di innovazione aziendale? Usa il Design Thinking! Se ne hai già sentito parlare, ma non ti è chiaro di che si tratta, scopri subito il metodo e leggi un po’ di esempi utili.

Perché usare il Design Thinking per il Problem solving aziendale e l’innovazione

Il Design Thinking, abbreviato in DT, sta diventando fondamentale per qualunque prodotto da lanciare nel mercato moderno. Usarlo significa costruire un modello del prodotto presentato agli occhi dei clienti come la soluzione migliore ai suoi problemi.  Nello stesso tempo ti consente di attuare un programma di sviluppo e di innovazione di tutta l’attività. Ecco perché il DT è legato al cosiddetto problem solving, cioè la capacità dell’azienda di prevedere bisogni, dando la giusta risposta alla domanda del mercato.  Il metodo del DT è stato messo a punto attorno agli anni 2000 in California, dall’Università di Stanford. Metterlo in pratica significa addirittura mobilitare tutte le risorse aziendali. È considerato, infatti, un approccio molto democratico, visto che consente a tutti i membri della community aziendale di proporre soluzioni. Il vero DT non parte dall’alto, ma è centrato sulla persona e sulla sua capacità di sviluppare un pensiero. Ogni persona che lavora all’attività, sia come soggetto ideatore, sia come destinatario del progetto, può contribuire a sviluppare il problem solving e l’innovazione che segue.

 

Problem solving, significato e i 4 modelli principali

design thinking process diagram

Problem solving, significato letterale: “capacità di risolvere i problemi”. E’ anche un concetto legato allo sviluppo e all’innovazione. Infatti, Roberto Verganti, professore di Gestione dell’Innovazione al Politecnico di Milano, spiega così il processo: “Partiamo dai sogni e dai problemi delle persone e creiamo prodotti che li soddisfino. Se ci riusciremo, lo sviluppo del business ne sarà la naturale conseguenza”. I suoi allievi studiano le aziende che adottano il DT per risolvere problemi complessi, realizzare e testare prodotti o servizi pilota e coinvolgere i lavoratori nel processo creativo. Il fatto è che non esiste un’unica interpretazione del Design Thinking, però possiamo provare a riassumerli in quattro modelli principali.

1) Il “Creative Problem Solving”

  • comprensione dei bisogni dell’utente
  • ipotesi di un gran numero di possibili soluzioni per soddisfarli
  •  individuazione  della soluzione più efficace
  • realizzazione del  prodotto innovativo che dà proprio quella soluzione

Questo approccio attualmente è usato per il 94% negli studi di design, per l’82% nelle aziende di sviluppo tecnologico, per il 69% nelle consulenze strategiche e per il 67% nelle agenzie digitali.

2) Lo “Sprint Execution”

Al secondo posto, con il 49% delle preferenze, c’è il modello “Sprint Execution”, che realizza un prodotto capace di rispondere alle esigenze degli utenti, però incompleto. Può essere infatti sempre migliorato, dopo essere stato testato dai consumatori. È utilizzato dalle agenzie digitali e in misura minore dai consulenti strategici (46%), dagli sviluppatori tecnologici (45%) e dagli studi di design (35%).

3) Il modello “Creative Confidence”

Il modello “Creative Confidence” punta direttamente sul coinvolgimento delle persone. Nascono così una cultura organizzativa e una mentalità che danno maggiore fiducia nei processi di innovazione. Infatti, per il dipendente di un’azienda, poter dire la propria sul prodotto lo fa sentire protagonista, generando entusiasmo per il futuro. L’approccio è adottato soprattutto dai consulenti strategici, dagli studi di design e dagli sviluppatori tecnologici.

4) L’Innovation of Meaning

Infine, c’è L'”Innovation of Meaning”,  che ridefinisce la visione aziendale, i messaggi e i valori legati ai prodotti e ai servizi che offre. Questo modello è adottato dai consulenti strategici e dagli studi di design.

 

Problem Solving, come e dove s’impara il Design Thinking

A Milano è stato fondato il primo Osservatorio Design Thinking della School of Management, all’interno del Politecnico.  L’Osservatorio fornisce anche i riferimenti per sapere come e dove studiare il DT . Inoltre conduce una ricerca sui vari tipi di metodi, sulle applicazioni e sui risultati che si ottengono. Tutto partirebbe dal capire l’approccio: il termine “design” nel DT ha un significato nuovo, studiato da Klaus Krippendorf. Il teorico della disciplina, riporta la parola all’etimologia latina: “de-signare” cioè, far sì che qualcosa si distingua attraverso un segno, dandogli un significato. Ma il DT non è solo fatto di teorie universitarie. Trainato dalla rivoluzione digitale, diventa for business, perché “si occupa delle cose non come sono, ma come potrebbero essere” e chi fa business lo capisce.

Insomma, il DT è un modo per fare innovazione in azienda, esattamente come il management che si studia nei corsi universitari di Economia e l’Informatica. Nel Report 2019, l’Osservatorio Design Thinking di Milano ha esaminato le specializzazioni delle start-up rispetto ai 4 approcci del DT. E’ emerso che prevale il modello “Sprint Execution”, più veloce nel portare i prodotti/servizi sul mercato con la collaborazione del cliente finale. Ma è importante anche il ruolo dell’Intelligenza Artificiale, con cui le aziende raccolgono informazioni e interpretano i comportamenti dei clienti, per rispondere alle loro esigenze.

 

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Problem solving, esempi

Il meccanismo di progettazione del DT ti piace? Ecco un po’ di esempi degli effetti del problem solving e dell’innovazione ottenuta applicando i suoi modelli. Cominciamo da Monica Dalla Riva, Head of Design – Europe di 3M, azienda da 30 miliardi di dollari in cui lavorano oltre ottomila ricercatori e inventori. Monica dice: “In 3M, quando visitavo i laboratori, mi presentavano tante tecnologie innovative e soluzioni alla ricerca di un problema da risolvere, intendendo evidenziare un approccio che parte dalla disponibilità della tecnologia, anziché dalla comprensione dei problemi dei potenziali clienti”. Dopo 7 anni, aggiunge, il metodo del DT, “mi ha molto aiutato nel cambiare il mindset dell’azienda verso un approccio al prodotto. Non più in logica technology push, ma basato sul customer insight, ossia sulla conoscenza del cliente e dei suoi bisogni”.

Agli inizi di Sisal, la cultura DT rispondeva alla domanda: di quale gioco ha bisogno il cliente per essere felice? “In passato siamo stati capaci di interpretare le esigenze dei giocatori e soddisfare le loro richieste – dice Antonio Iannitti, Strategy Manager aziendale – Oggi che metà del giro d’affari è legato ai servizi di pagamento, stiamo lavorando con user experience e designer per migliorare questa esperienza”.

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Infine anche il marchio MSC, legato ai viaggi navali, ha adottato il DT. “Ci ha aiutato a pensare in modo differente all’innovazione e progettare un’esperienza innovativa sulle navi, semplificandola – spiega il Chief Business Innovation Officer Luca Pronzati – L’obiettivo era promuovere nuove esperienze per i nostri clienti a fronte di una grande crescita e di un piano di investimenti ambizioso, che prevede la costruzione di tre nuove navi”. MSC ha scelto il modello di ascolto dell’equipaggio e degli stessi clienti, per impostare il problem solving. Da qui è scattata l’innovazione. Si è partiti dal giugno 2017 con  la nave “Meraviglia”, prima smart ship italiana.

Conclusione

Ricapitolando, per esigenze di problem solving o voglia di innovazione aziendale, vale la pena provare il metodo del Design Thinking. Come hai visto può dare ottimi frutti. Scopri subito se funziona anche per la tua azienda, con un team professionale!

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